Posts Tagged: vita affettiva

Un altro giro di boa

“Cosa fanno i tuoi figli ?”,  “Studiano o lavorano ?”,  “Vivono ancora con te o se ne sono andati ?” “E come è stato il distacco ?”  Sono domande che chi ha figli grandi si sente ripetere cento volte, spesso da altri genitori che condividono la medesima situazione e che hanno voglia di confrontarsi sul punto.

Non c’è dubbio che nel rapporto tra genitori senior e figli venti-trentenni ci sono dei passaggi che se da una parte dovrebbero essere considerati come una naturale e sana evoluzione del percorso di vita, dall’altra parte si presentano irti di ostacoli di natura sia psicologica sia sociale.

A partire dalla famosa “sindrome del nido vuoto”, quel particolare stato psicologico che colpisce i genitori quando i figli si emancipano e lasciano l’abitazione d’origine.  Che poi sia un’emancipazione completa (non solo abitativa, ma anche affettiva, economica e di autonomia nella vita quotidiana) oppure solo parziale, comunque i genitori cinquantenni e sessantenni in questi casi sperimentano un cambiamento forte nel loro modo di vivere e nel modo in cui guardano al futuro. Anche senza considerare le situazioni di chi arriva a soffrire di disturbi nevrotici o psicosomatici, a tutti la prospettiva cambia. Fino all’ultimo giorno che è rimasto a casa dovevi morderti la lingua per non reagire quando trovavi in giro per casa gli avanzi del suo pranzo e la cucina lasciata nel pieno disordine ? Dal giorno dopo che se ne é andato, ti sembra eccessivo l’ordine che impera in tutte le stanze della casa, fattasi improvvisamente grande. I sentimenti negativi che connotano la “sindrome del nido vuoto” sono ben noti: il senso di vuoto, un malessere da mancanza e da solitudine, la fatica a rinunciare ad atteggiamenti di protezione e controllo. Che naturalmente, ci si augura, sono controbilanciati da sensazioni positive, come la soddisfazione nel veder diventare il figlio autonomo, e da nuove opportunità e libertà di cui non ci si ricordava più: maggiore spazio fisico, più libertà d’azione, possibilità di ridare nuova linfa alla coppia. Per la verità, molti uomini e donne che si trovano in questa situazione ne sono spaventati: “E adesso che siamo soli, tra noi cosa ci diciamo ?”, ma è una reazione da vista corta che non considera le potenzialità che si hanno davanti. 

Se l’improvviso nido vuoto è per tanti la condizione con cui fare i conti, ben più preoccupati sono i genitori i cui figli faticano a raggiungere l’autonomia, vuoi per concretissime ragioni economiche e di mancanza di lavoro, vuoi per fragilità psicologica o per bassa spinta all’indipendenza. E’ vero che ci si potrebbe consolare pensando che anche in passato la regola era quella di più generazioni che vivevano sotto lo stesso tetto, ma il fatto è che oggi la famiglia patriarcale non esiste più e quindi, quando genitori e figli grandi vivono insieme, madre e padre intorno ai 60 sono costretti a cercare dei difficilissimi punti di equilibrio nella convivenza: da una parte son loro a tener su la baracca, dall’altra parte nessuno riconosce loro particolari autorità per questa ragione.

Insomma, nell’uno e nell’altro caso (che non si riesca a staccare il cordone ombelicale o che arrivi il momento del distacco) il passaggio richiede attenzione, sensibilità e, quando è possibile, gioco di squadra nella coppia genitoriale.

Questi fenomeni, che afferiscono soprattutto alla sfera dei rapporti affettivi e familiari, si innestano oggi in un contesto sociale che a sua volta contribuisce a rendere delicato il passaggio di vita sia per noi genitori della generazione baby boomer, sia per i figli grandi della Y-generation (più o meno quelli nati negli ultimi due decenni del 900).  Su questo credo che sia sufficiente ricordare due aspetti: il primo è la difficoltà enorme per le nuove generazioni di rendersi economicamente autonome attraverso il lavoro, il secondo è la nuova forma di emigrazione (emigrazione di studio e di avvio al lavoro), che coinvolge moltissimi giovani. Per quanto riguarda il primo aspetto, siamo sommersi quotidianamente dai dati sul livello stratosferico di disoccupazione giovanile, da ricerche che evidenziano la difficoltà per un venti-trentenne di ottenere mutui, da numeri choc sull’entità dei NEET. Purtroppo, la consapevolezza dei problemi non ha portato finora a scalfirne l’entità. Per quanto riguarda il secondo aspetto, la nuova emigrazione, non siamo ancora di fronte a un fenomeno di massa, ma il trend è sicuramente da non trascurare: per dare un’idea, il flusso dei venti-quarantenni verso l’estero è stato, secondo dati pubblicati di recente dal Sole24ore, di circa 28.000 persone all’anno. E’ gente che per lo più ha un alto livello di scolarizzazione e che sceglie, come destinazione per lavorare, soprattutto la Germania, la Gran Bretagna, la Svizzera, oltre a tanti altri Paesi. Senza contare i tantissimi che all’estero ci vanno per studiare o per le varie formule a metà strada tra studio e lavoro. Così che nascono persino pagine facebook dal titolo “noi che abbiamo i figli all’estero”.

Insomma, tra disoccupazione giovanile e nuova emigrazione, tra cordoni ombelicali che non vengono tagliati e nidi rimasti vuoti, il giro di boa dei figli che diventano indipendenti è da seguire con particolare cura.

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Perché mi manca qualcosa ?

Pubblico tra “Le vostre storie” un commento inviato in agosto da Diana.
Cari coetanei,
trovo in tutti voi e nelle vostre storie di vita qualcosa che appartiene anche a me: la separazione dopo 35 anni di matrimonio, la pensione, l’importanza delle amicizie, l’impegno in attività sociali ecc. Io tuttavia passo da momenti di serenità a momenti di solitudine e sconforto. Ho una relazione con un uomo di cui non potrò mai essere la compagna, a volte questa relazione mi basta a volte mi fa soffrire. Forse sto sbagliando tutto anche in questa fase di vita. Amo tanto ballare e lo faccio, con un bel gruppo di amiche e facciamo pure delle esibizioni! La mia vita è piena di cose ma perché mi manca qualcosa? Mi manca l’amore con la A maiuscola! Ho ragione o sono una stupida illusa di 63 anni?

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Risveglio o letargo?

Da parte di Melacotogna: Dopo 5 anni da sola mi sposai a mezz’età con vedovo e figli putativi adolescenti; lavoro, casa, scuola di questi figli putativi, genitori anziani, spesa, qualche invito in casa e fuori: un turbine, da cui ero schiacciata e sempre piu’ pressata; lui diceva che quando i ragazzi sarebbero cresciuti, ci saremmo divertiti di piu’; invece gli fu presentata una straniera molto piu’ giovane dopo 8 anni dal mio matrimonio: bugie, complicità ed omertà di tutta la sua famiglia, e i suoi amici mi resero isolata ed esaurita, non ci credevo a questo triplo tradimento; mi indusse a separarci con un modesto benservito ed ancora fandonie, anche sul letto di morte dei miei genitori; solo ultimamente ho saputo che se la passa bene e si è pure sposato quella giovane, i ragazzi si son pure sposati e vivono felici e contenti. Il mio tempo mi pare perso e mi fa rabbia se mi dicono “non ci pensare”. Gli anni son passati e son rimasta da sola, ma aiuto ancora bimbi in difficoltà ed altro volontariato, ma nelle feste sto a casa, non ho piu’ una rete sociale da poter scegliere, a parte pochissime persone e la fede che è stata messa a dura prova.

Risveglio, risveglio, non letargo… Più che “non ci pensare”, “pensa che c’è ancora un futuro!”

In foto: di Eva Gonzales, “Risveglio mattutino”

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Coppie stagionate

Sergio e Serena si conoscono da trentasette anni. Amici comuni li presentarono, ma non fu subito colpo di fulmine. Solo dopo un anno Cupido scoccò la sua freccia e altri mesi trascorsero prima di decidersi a rivelarsi. Poi tutto seguì in fretta: convivenza, matrimonio, primo figlio, secondo figlio… e problemi di casa, di lavoro, economici, di salute, familiari, di educazione dei figli, di tradimento, tutti bene o male affrontati insieme. Oggi Sergio e Serena hanno 60 anni e si fa fatica a distinguere la loro vita dalla loro coppia. Hanno condiviso trentacinque anni di vita, si conoscono reciprocamente come nessun altro e da un pezzo hanno trovato un buon equilibrio nell’affrontare insieme la quotidianità, il che dà loro una sicurezza a cui non vorrebbero certo rinunciare. Soprattutto se presi separatamente, riconoscono subito che il loro rapporto non offre più né misteri né sorprese e che le palpitazioni di cuore se capitano non sono più dovute all’emozione per il partner ma a ben più prosaici motivi. C’è affetto, c’è complicità, c’è sesso moderato, c’è la soddisfazione di aver cresciuto insieme i figli: a Sergio e Serena sembra molto ed obiettivamente è tantissimo, hanno ragione ad essere soddisfatti. Però è Serena, più abituata a riflettere sul loro rapporto, che porta a galla un’inquietudine sul loro futuro, un interrogativo su come saranno i prossimi anni per se e per il ménage: “Adesso che stiamo ancora lavorando entrambi e che uno dei figli è ancora in casa faccio fatica a vedere dei cambiamenti tra me e Sergio, ma non mi piace l’idea che ormai tutto quello che c’era da scoprire è alle spalle e che davanti c’è solo un tran tran senza passione o peggio solo malattie e vecchiaia. Io vorrei imbattermi ancora in cose nuove, in emozioni, in scoperte che mi facciano sentire viva. E la mia speranza è di trovare tutto questo ancora con l’uomo della mia vita”.

Questo è il punto, quel che dice Serena è proprio la sfida principale delle coppie stagionate di oggi, per lo meno di quelle non in via di separazione: dare vitalità ai decenni successivi che si prevede si vivranno insieme. Se Serena e Sergio, e insieme a loro tutti i senior nelle stesse condizioni, pensassero a come è andata alle generazioni che li hanno preceduti, probabilmente scoprirebbero che l’inquietudine manifestata da Serena allora non era molto diffusa. Alla stessa età, intorno ai sessant’anni, si veniva da trenta – quarant’anni di matrimonio e la prospettiva accettata da quasi tutti era, nella migliore delle ipotesi, di trascorrere una serena vecchiaia insieme. Come per tutti gli altri aspetti dell’esistenza, anche per la coppia non si pensava di avere davanti a se altri vent’anni di vita attiva, da inventare, da progettare, da rendere interessante, prima di sperimentare la vera vecchiaia. Oggi invece, così come non ci si considera particolarmente fortunati se a settant’anni si è ancora pienamente autonomi e vitali, allo stesso modo non ci si considera pienamente appagati se la vita di coppia da senior si limita alle abitudini di convivenza, al sostegno reciproco e alla solidarietà in caso di bisogno. Si è più ambiziosi, giustamente! Ma non è scontato che si trovino risposte all’esigenza di rivitalizzazione della coppia e alla ricerca di nuovi assetti ed equilibri nella vita insieme.  Come ad ogni passaggio importante, la coppia può rigenerarsi oppure può frantumarsi e la crescita delle separazioni dei senior fa capire subito che le risposte da cercare non sono facili.  Le inquietudini e le speranze di Serena sono quelle di molti senior !  In foto: una coppia senior

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Nonna part time

Quest’estate, dopo tre anni che praticamente mi inventavo scuse, ho detto di sì a mia figlia che mi chiedeva di tenere i nipotini al mare in luglio per quindici giorni. Adesso che sta finendo devo dire che non è andata male… i due pargoli si fanno voler bene e mi sollecitano una gran tenerezza, poi a otto e sei anni non sono nemmeno più da seguire ogni secondo. Però che faticaccia ! Non mi ricordavo più cosa vuol dire star dietro a dei bambini: evitare che si prendano un’insolazione, controllare quando fanno il bagno, far giocare quello più timido e stare attenti a quello più disinvolto che sparisce in continuazione, sedare le risse fra loro, raccattare tutti i pezzi ogni volta che ci si muove, consolarli nelle malinconie serali, e così via…
Oltre a tutto non sai mai se stai facendo le cose giuste, quelle che approverebbe anche la loro madre. Io non sono mai stata una supermamma, figuriamoci una supernonna. I bambini mi sono sempre piaciuti e penso di essere stata promossa all’esame di mamma, però beh… non mi hanno mai preso tutta l’attenzione, come vedevo che succedeva ad alcune mie amiche quando avevamo trent’anni di meno. Do affetto, amore, vicinanza, ma ho anche bisogno di poter respirare senza farmi soffocare da un rapporto assoluto, senza intervalli. Era il mio modo di fare la mamma e anche adesso che sono nonna non sono cambiata. I bambini secondo me capiscono e sono contenti di sentire vicino una persona che li ama e di non avere vicino una persona che finge. Comunque, adesso che ho fatto la nonna a tempo pieno per due settimane, sta finendo. Ho creato un bel rapporto con i miei nipoti e sono pronta per andare a fare una vacanza vera con le mie amiche, destinazione Portogallo.

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Un sorriso

Scrive Simonetta: Sto uscendo con fatica da un periodo triste e doloroso in cui tutto è stato buio, difficile. Prima la morte del mio amato padre, un problema di cuore che speravo sarebbe riuscito a superare anche questa volta come aveva fatto in passato e invece questa volta non ce l’ha fatta. Poco dopo mio marito mi ha lasciato, la nostra era un’unione che durava da trent’anni ed è stato tremendo accorgersi che era tutto finito, non me l’aspettavo, non riuscivo a farmene una ragione, anche adesso mi si ferma il cuore a pensarci. A quel punto mi sono ammalata io, depressione mi hanno detto, mista a una quantità di malanni e malesseri che mi hanno prostrata. E’ stata dura uscirne, ho sempre pensato di essere una persona solida ma in quest’occasione da sola non ce l’ho fatta. Ho avuto la necessità dell’ aiuto di una psicologa che mi ha aiutato molto e soprattutto mi hanno aiutato alcune amiche che non mi hanno mai abbandonato e mi sono state vicino. Ho un ricordo preciso di un momento di prostrazione, in cui avevo vicino a me un’amica che mi ha sorriso. Un sorriso di affetto, di comprensione, di vicinanza che mi ha fatto tanto bene. Ecco, quel sorriso penso che sia stato il momento della mia ripresa, del tornare a dare un senso a vivere perché mi diceva che non ero sola e che qualcuno mi voleva ancora bene. Anche adesso, che spero sia finita la parte più brutta, confido molto nel valore dell’amicizia e penso che il calore di questi rapporti umani sia da solo sufficiente per avere ancora voglia di vivere. Grazie. Simonetta. In foto: tre amiche

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Neo-padre e nonno a 64 anni

 Un grazie a Mario: ci siamo conosciuti qualche settimana fa, mi ha raccontato la sua storia e mi ha dato il permesso di raccontarla sul blog.

Mario ha 65 anni, è nato in un paese dell’Appennino e fin da quando era studente vive in una grande città del Centro Italia. Ha lavorato per più di trent’anni in una nota azienda, dove ha fatto carriera arrivando ad una posizione di tutto rispetto. Poi, come è successo a tanti altri, le vicende aziendali l’hanno portato a dimettersi quando era ancora 58enne e a quel punto si è reinventato, collaborando con uno studio professionale e sfruttando nel suo nuovo mestiere le competenze accumulate nel passato. Ad oggi, ancora lavora intensamente. Ma non è sul piano del lavoro che la sua storia mi ha colpito, bensì su quello della vita affettiva e familiare.

Mario è stato lasciato dalla moglie molti anni fa, era un matrimonio che a lui sembrava felice, con tre figli, oggi grandi e indipendenti. Dopo anni vissuti come di vero e proprio lutto, Mario ha iniziato un nuovo rapporto, con una donna di venticinque anni più giovane. La sua nuova compagna voleva da lui un figlio e lui, dopo numerosi tentennamenti, ha acconsentito, ridiventando padre per la quarta volta a 64 anni. Nello stesso periodo, anche uno dei suoi figli è diventato padre, con una donna con la quale aveva avuto un fugace rapporto. Il figlio non aveva voluto assumersi alcuna responsabilità per il piccolo, nel frattempo nato, mentre la madre sosteneva di non avere i mezzi per sostenerlo. Nella sorpresa generale, della sua nuova compagna e degli altri figli, Mario a questo punto ha insistito con la “nuora” per potersi occupare lui del nipote, dal punto di vista economico ed educativo. Soluzione che è stata prontamente accettata.

A questo punto, la vita di Mario è la seguente: continua a lavorare incessantemente, anche perché ci sono due bebè da mantenere; nel tempo libero si districa tra pannolini, carrozzine e pappine; soprattutto, a tempo pieno media tra i familiari, nessuno dei quali ha accettato fino in fondo le sue scelte. “Diventare padre a 64 anni e “adottare” di fatto mio nipote sono state decisioni dettate dal mio istinto, da un senso di generosità, di amore e di responsabilità”-  mi dice – “ma ora devo ammettere che non dormo più sonni sereni pensando al futuro”.

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Sul luogo del delitto

Scrive Silvia: Trentacinque anni fa una studentessa piena di belle speranze fece un viaggio che considerava molto avventuroso attraversando l’Inghilterra in lungo e in largo. L’accompagnava un ragazzo che parlava poco ma che le piaceva molto e insieme passavano da un treno all’altro con il sacco a pelo sulle spalle, cercando di districarsi in un mondo che allora, per due italiani, era diversissimo e un po’ mitico. Quella ragazza ero io e il giovane taciturno è poi diventato mio marito. Di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima, ma quel viaggio è sempre rimasto indelebile nella nostra mente. Abbiamo girato per quasi un mese, un po’ foraggiati dai soldi dei genitori e ogni tanto con qualche soldino che guadagnavamo in lavoretti improbabili.
Qualche mese fa ci siamo detti: ma perché non proviamo a ripetere quell’esperienza. Detto, fatto. Fra pochi giorni partiamo e ripercorreremo più o meno lo stesso viaggio, però in dieci giorni, con la carta di credito in mano e prendendo l’aereo e poi un’auto a nolo. Lo so che lo spirito non è più quello del viaggio misterioso, ma mi piace comunque tantissimo l’idea di vedere come sono cambiati i posti dove siamo stati e di tornare sul “luogo del delitto” con il mio “ragazzo” dopo così tanti anni.

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Mi sono persa qualcosa

Sono Donatella, ho 62 anni. Per tutto questo tempo sono stata una figlia, una mamma, una moglie, un’insegnante, e qualcos’altro ancora. Ma in questo momento della mia vita, tutto questo mi pare non sufficiente per sentirmi soddisfatta. Forse perché ho perso mia madre pochi mesi fa (mio padre se n’è già andato da un po’), mia figlia da una settimana è andata a vivere in casa sua con il compagno (ed è giusto che sia così)…Mah , non so, mi sembra di essermi persa qualcosa di importante.

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Non sto più a galla, nuoto libera

Scrive Marialaò: Over 60. Il primo figlio durante l’università, la seconda 18 mesi dopo. Quanta incoscienza, quanta fatica, QUANTA GIOIA.  20anni di alti e bassi economici con un marito sognatore sempre un metro sopra le nuvole.   Poi lavoro, lavoro, lavoro. I ragazzi cresciuti splendidi nonostante tutte “le discese ardite e le risalite”.  Poi…quando tutto sembrava scorrere placido…a 42 anni ZACCHETE è arrivato un terzo figlio. Smarrimento intimo per 48h dissipato subito e compensato con gioia dal resto della famiglia.     Ora sono nonna di 3 splendide bimbe e ci godiamo l’entusiamante giovinezza del terzo figlio ormai 22enne che studia all’estero e ci riempie di soddisfazioni. QUANTA FATICA E QUANTAMMMMORE mi sono serviti. Ora sono in pensione e sono placida.

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