Posts Tagged: vita affettiva

Da senior ho trovato l’anima gemella

Scrive Teresa: Sono in pensione da molti anni. Il mio lavoro di medico ospedaliero mi ha costretta per 34 anni a dei turni molto pesanti, in situazioni molto stressanti, perciò sentivo di aver concluso una fase della vita, che pure mi ha dato molta soddisfazione e che rifarei. Ho continuato a svolgere la mia professione di medico privatamente, ma il mio desiderio di tempo libero mi ha pian piano allontanato dal lavoro e mi sono pian piano riappropriata della mia vita assecondando i miei desideri e i miei gusti.
Durante la mia vita da senior ho incontrato la mia anima gemella. Ci ha unito la condivisione di interessi, viaggi, mostre, concerti e la presenza di quest’uomo ha vivificato la mia vita, come era mio desiderio. Ci siamo sposati dopo qualche anno di frequentazione, ma abbiamo continuato a mantenere le nostre case individuali, anche dopo il matrimonio, per rispettare le nostre abitudini e i nostri spazi. Ora abbiamo scelto di abitare vicini, ma sempre in case separate. Questo non vuol dire che non condividiamo felicemente, anche nelle cose pratiche, la maggior parte del tempo. Ci piace molto seguire le stagioni concertistiche, andare al mare d’inverno, visitare mostre d’Arte in varie città e frequentare amici.
Inoltre, tengo molto ai rapporti famigliari: offro aiuto concreto per i piccoli di casa, che sono la mia gioia e il” dessert della mia vecchiaia”. Ho anche dato per molti anni la mia disponibilità a prestare la mia opera professionale di volontariato in una struttura di accoglienza di bambini e di madri in difficoltà e attualmente vengo chiamata per consulenze.  In foto: medico donna con paziente

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Non è ancora finita

Scrive Valentina: Ho cresciuto mia figlia da sola. Mi sono sposata molto presto, a 18 anni, e dopo due anni ero già separata di fatto. Mi sono fatta una nuova vita con un altro compagno con cui abbiamo avuto nostra figlia ma purtroppo anche questo rapporto dopo un po’ è finito. Così è andata a finire che la bambina è crescuita da sola con me, l’ho educata, accudita e seguita giorno dopo giorno. Oggi la mia adorata figlia ha 22 anni e sta terminando il triennio universitario, ha studiato Lettere e ha sempre preso buoni voti. Tutte e due però siamo molto preoccupate per il futuro lavoro che dovrà trovare, le sue amiche di università di qualche anno più avanti non lo trovano e di fatto continuano ad essere a carico dei genitori. Io, arrivata vicino ai sessant’anni, a questo punto speravo proprio di non dovermi più preoccupare economicamente anche di mia figlia, ma temo di dovermene fare carico ancora per un po’ e questa cosa è pesante anche per lei perché sa che mi chiede una cosa che non avrebbe mai voluto chiedermi. Dovrò tenermi ben stretto il lavoro che per fortuna ho perché senza i soldi che arrivano da lì non si andrebbe avanti.  In foto: una mamma con sua figlia

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Vivere da soli: i luoghi comuni da evitare

Recentemente in Italia un’indagine (il Libro bianco 2012 sulla salute e l’invecchiamento) ha fotografato una realtà in cui sono molti gli ultrasessantacinquenni che vivono da soli: il 15 % degli uomini e il 38% delle donne. Percentuale in assoluto elevata, si scende un po’ quando si guarda a chi di anni ne ha 60 o 55 e la percentuale invece cresce quando si va verso gli 80 e oltre; in ogni caso un fenomeno importante e in crescita.

Vivere da soli o da single che dir si voglia è, nella nostra cultura, immediatamente associato alla solitudine e, soprattutto quando si fa riferimento ai senior e agli anziani, anche ad una condizione non piacevole, non scelta e meno preferibile di altre.

  Ma è proprio così ? Non circolano un po’ troppi luoghi comuni intorno a questa convinzione ?  Davvero il vivere da soli è sinonimo di frammentazione sociale, di solitudine o all’opposto, se si parla di persone più giovani, di narcisismo individuale ?

Un confronto con un’altra realtà sociale, quella americana, molto distante dalla nostra imperniata sulla solidarietà familiare, può esserci di aiuto non certo per copiare un modello che non ci appartiene, ma per capire un fenomeno esplorando le sue caratteristiche là dove si manifesta al massimo. Eric Klineberg, autore del libro Going Solo: The Extraordinary Rise and Surprising Appeal of Living Alone, mette in fila una serie di luoghi comuni legati alla condizione del single e li controbatte.   Ad esempio:

Vivere da soli è l’ultima scelta. Non è vero, dice Klineberg: sono tantissime le persone, di qualunque età, che fanno la scelta di vivere da sole non appena se lo possono permettere, i single sono cresciuti di numero persino durante l’ultima crisi economica.

Le persone anziane vorrebbero vivere insieme ai loro figli. Falso: quel che gli anziani preferiscono è non perdere il contatto e il rapporto continuativo con i figli, ma tenendoli a una ragionevole distanza, che permetta autonomia di movimento.

Le donne di una certa età preferirebbero risposarsi. Proprio per niente, sostiene Klineberg, sono moltissime le vedove che hanno trascorso la vita accudendo un marito e che rifiutano proposte di matrimonio o che comunque non si vedono proprio a vivere con un altro uomo.

E ancora: i senior che vivono da soli sono isolati e più infelici dei loro coetanei che vivono diversamente. Macchè! Klineberg a questo proposito ricorda che uno studio su 3000 americani tra i 57 e gli 85 anni ha rivelato che i single hanno più probabilità di fare vita sociale con gli amici e con i vicini di quanto non l’abbiano i loro coetanei che vivono in coppia.

La realtà che osserva Klineberg, lo ripeto, è ben diversa dalla nostra e i valori di solidarietà di cui siamo portatori in Italia sono ben più radicati di quanto non lo siano negli Stati Uniti; ciò detto, sarebbe forse ora di guardare con un occhio meno stereotipato alla condizione del vivere da soli dei senior: non è una condizione necessariamente negativa e subita. Cerchiamo piuttosto di distinguere tra la condizione dell’anziano in grado di badare a se stesso e quella del suo coetaneo non più autosufficiente per il quale sì, il vivere da solo significa una vera menomazione.

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Accettare il corpo che cambia

Anche un ultrasessantenne ha bisogno di attenzioni amorose e di rapporti intimi, così come può sentire ancora vivo il bisogno di essere soggetto ed oggetto di attenzioni erotiche.  In uno degli studi degli ultimi anni fatti dal Censis per conto di Salute Repubblica si è affermato che emozioni amorose, intimità e sessualità sono dimensioni che rimangono ben vive nei senior.

Secondo quell’indagine, più della metà degli over 60 si dichiara innamorato, con un valore ben differenziato tra uomini e donne: sale al 65,4% per gli uomini e scende (ahinoi cari maschi!) al 45,2% per le donne.

Anche la sfera sessuale e dell’intimità fisica continua a rappresentare, e a lungo – almeno fino agli 80 anni – un elemento rilevante della vita (lo è per circa due maschi su tre, per poco meno della metà delle donne), anche se il 46,8% gli attribuisce meno importanza di prima, più per ragioni valoriali o di opportunità che strettamente fisiologiche.  D’altra parte, l’uso di farmaci per migliorare le prestazioni sessuali è valutato positivamente dal 23% dei senior, con un consenso maggiore tra i sessantenni e i settantenni.

Sessuologi, psicologi e medici sono d’accordo:  a patto che ci sia un decente stato fisico generale, sesso, intimità e amore non hanno età, il segreto è adattare le aspettative e  accettare il corpo che cambia, sia il proprio sia quello del partner.

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Cosa fare (e cosa evitare) con i figli grandi

Cari ragazzi di sessant’anni, tra i commenti che mi inviate al blog e alla pagina facebook il posto d’onore è riservato all’argomento “rapporto con i figli grandi”. Le storie che raccontate sono molto varie e gioie e dolori si equivalgono. Ma in tutte le vostre riflessioni scorre un filo comune che definirei di preoccupazione e di dubbio su come affrontare, da 50enni, 60enni e 70enni, il rapporto con i figli 20 e 30enni.  Dubbi che una volta erano meno diffusi: a 20 o 30 anni le persone erano donne e uomini fatti e finiti e casomai la domanda era inversa: cosa potevano fare i figli di quell’età per madri e padri che, a sessant’anni, erano ormai anziani. Oggi come sappiamo non è più così.

Mi sono permesso di scrivere sei “pillole” su cosa, secondo me, possiamo fare oggi per i nostri figli grandi. Ogni ulteriore consiglio lasciato nei commenti è il benvenuto.

  1. Quando si decidono a prendere la loro strada allontanandosi da te è il momento di essere contento, non triste: stanno crescendo e forse vuol dire che hai contribuito anche tu alla conquista da parte loro di un bene essenziale come l’autonomia
  2. Se poi vai in depressione per la loro lontananza e soffri il nido vuoto, pensa che è il momento in cui puoi guardarti intorno ed esplorare le tante opportunità che oggi la vita offre ad un senior; ricordati che un po’ di lontananza non equivale necessariamente a mancanza di una forte relazione affettiva
  3. Se invece rimangono in casa più di quanto avresti desiderato e magari sono loro un po’ depressi (non riescono a trovare il lavoro, non ce la fanno a recidere il cordone ombelicale, non sanno bene che direzione prendere, ecc.) non fare pressioni perché “si diano una mossa”, è controproducente.
  4. In caso di coabitazione è vietato: stirar sempre loro le camicie senza mai chiedere che anche loro ogni tanto lo facciano, non farsi aiutare mai nell’apparecchiare e sparecchiare tavola, far finta di niente se il pargolo si sveglia regolarmente a mezzogiorno ed è un NEET (not in education, employment or training, cioè non studia, non lavora né cerca lavoro)
  5. Le nostre generazioni hanno sperimentato la crescita economica, loro ahimè stanno iniziando a sperimentare il declino: se nella vita sei riuscito a mettere da parte qualcosa, prevedi che a loro probabilmente potrà servire un tuo aiuto anche in futuro, non basta prevedere quel che servirà a noi quando non saremo più autosufficienti
  6. Probabilmente è vero quel che scrive Alessandro Rosina nel suo “L’Italia non è un Paese per giovani”, però tocca principalmente a loro conquistarsi il futuro; quel che possiamo fare noi è di non arroccarci tutte le volte che vengono messi in discussione i trattamenti favorevoli che molti delle nostre generazioni hanno avuto; questo naturalmente a patto che la riduzione di qualche nostro diritto vada in maniera diretta a favore delle giovani leve.
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Comincia l’inverno

Ecco una riflessione inviata da Maria Rita qualche giorno fa: Proprio oggi con il cambio dell’ora, da legale a solare, e la prima neve che ha imbiancato i cocuzzoli delle nostre montagne vicine, mi sembra che sia arrivato l’inverno.
La pioggia persistente rende tutto piu’ scuro e triste e la voglia di stare a casa al caldo con le persone amate investe tutti gli animi.
L’autunno e’ la stagione migliore della nostra vita; tutto e’ concluso e raccogliamo i frutti che serviranno per l’inverno. E’ una simbiosi con le stagioni dell’anno la vita dell’uomo.
Purtroppo a molte persone questo periodo dell’anno piace poco, perche’ nella loro mente amano la primavera cioe’ la gioventu’ e vedono l’autunno e l’inverno che segue come un decadimento fisico e morale.
In questa stagione della vita si ha piu’ liberta’, si possono realizzare sogni che in gioventu’ o in eta’ adulta non si sono potuti realizzare, anche imparare a fare cose nuove o sperare di vedere coronato un sogno dei nostri cari, perche’ credetemi senza uno scopo, degli affetti, un’aspirazione, l’inverno arriva subito.

In foto: “Nella pioggia” di Marek Langowski

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Maternità negata

Scrive Annamaria: E’ volato il tempo. Appena ieri (o così mi sembrava) ero mamma di una piccola e cara bimba a cui ho dedicato tutta me stessa.Ho avuto il duro compito di educatrice visto che x lavoro il padre era quasi sempre assente. Oggi mi ritrovo con una donna al fianco che pur ribadendo il suo amore x me, poco riesce a dimostrarlo…e questo mi fa male. Mi dice che devo recidere il cordone ombellicale e so che ha ragione…ma pensavo che non avendo goduto della sua infanzia, avrei potuto essere coinvolta nella sua vita attuale. Ciò malgrado ho una vita molto intensa, io e mio marito andiamo a ballare e frequentiamo gente…ma daremmo tutto per poter passare con lei quel tempo che ci fu negato. E’ vero, il passato non torna!!

 

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Coppie senior

L’amore resiste senza il fuoco che arde ? Le coppie assestate di cinquantenni che dopo trenta o più anni di matrimonio ne prospettano davanti a sé altri venti o trenta prima di entrare davvero nella vecchiaia, ci riescono a tener vivo il rapporto di coppia ?

Eh sì, perché la nostra società di oggi – così fluida, variopinta e inaspettata – è vero che ci propone le situazioni più disparate: nuovi amori senza confini di età, aumento delle separazioni tra gli over 50 e 60, un numero elevato di senior che vivono da single, famiglie allargate agli ex e ai figli degli ex, eccetera eccetera, ma è innegabile che statisticamente la situazione più gettonata rimane la coppia stabile: cioè quella che si è formata quando si era giovani, che ha condiviso gioie e dolori per un trentennio e che arrivata alle soglie della nuova vita da senior, scopre di non avere davanti un futuro di sola solidarietà (che comunque sarebbe già molto), ma un buon ventennio in cui la coppia va tenuta vitale.

Oggi i 50-60enni sanno che il loro futuro, prima della vecchiaia vera, può essere attivo e pieno di opportunità. Questo vale anche per la coppia. Come ho provato a raccontare nel mio “I ragazzi di sessant’anni”, l’arrivo della fase di vita nuova è un momento in cui nella coppia si rimettono in discussione gli equilibri (di tempi, di spazi, di autonomie) faticosamente trovati in precedenza. La libido è in calo, eppure la sessualità, una volta negata a questa età, oggi è vissuta con più naturalezza. Spesso si può far conto su una buona dose di complicità, solidarietà e comprensione reciproca, e tutte le ricerche dicono che maschi e femmine in procinto di andare in pensione hanno aspettative positive di maggior intimità col coniuge, però non basta: senza rispondere insieme al desiderio di scoperta, di mistero, di esplorazione, che nei sessantenni di oggi non si è ancora sopìto, il rischio che la coppia senior si inaridisca è molto alto.

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Coppie senior: sesso e intimità cercasi

Sono tante le coppie di senior che dopo molti anni di matrimonio rinunciano al sesso ed evitano persino di parlarne. E’ l’argomento che, in tono leggero e divertente, la 63enne Meryl Streep e il 65enne Tommy Lee Jones ci propongono nella commedia “Hope Springs”, uscita settimana scorsa negli Stati Uniti e in programmazione nelle sale cinematografiche italiane a partire da ottobre  (per vedere il trailer in italiano http://www.youtube.com/watch?v=ZAW1mpQLMQA).

Kay e Arnold, i due protagonisti, sono la classica coppia annoiata da tanti anni di matrimonio, che si tiene lontana da intimità e sesso. Per dire, l’emozione che riescono a darsi per il trentunesimo anniversario della loro unione è che si regalano la sottoscrizione ad un nuovo canale tv. Finché le insistenze di lei, che non si dà pace per la situazione, li porta in una cittadina del Maine dove si cimentano in una piccola olimpiade settimanale di recupero dell’intimità sentimentale e fisica.

Storia leggera, che ha però immediatamente conquistato il cuore della critica americana. Non manca chi sfotte ipotizzando la nascita di un filone “Viagromedy”, ma ad esempio il Washington Post l’ha definito “a minor miracle of a movie”. Non stiamo parlando di un gran film, ma quel che colpisce è l’operazione (coraggiosa?) di portare sullo schermo un tema tabù senza cadute volgari.

Immediati i commenti anche degli esperti. “In una società dove la mancanza di sesso tra marito e moglie è considerata un deficit – dice ad esempio Pepper Schwartz – per gli uomini un deficit di virilità, per le donne di desiderabilità, può essere umiliante far saper che il sesso e l’intimità non fanno più parte del proprio matrimonio”. E così le donne non ne parlano volentieri con le amiche, gli uomini men che meno. Figurarsi all’interno della coppia. Anzi, prosegue la Schwartz, si tende a rinchiudersi emotivamente, a mettersi sulla difensiva e a dormire il più lontano possibile l’uno dall’altra.

 

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I nostri vecchi

Il cinquanta-sessantenne con genitori over 80 sa di avere davanti a sè un nuovo impegno.  Non sarà come in Cina (“Cinesi obbligati a far visita ai genitori anziani”, titolava qualche giorno fa il Secolo XIX di Genova), ma anche dalle nostre parti il tema del prendersi cura dei genitori anziani è molto sentito.

Se è vero, come dicono gli studi in proposito, che a partire dagli ottant’anni si alza bruscamente il rischio di non autosufficienza, chi ha la fortuna di avere ancora i genitori vivi a quell’età ha contemporaneamente anche la preoccupazione di doverli accudire o comunque di doversi organizzare per accompagnarli negli ultimi anni della vita.  Beninteso, ci sono anche tanti casi di anziani ottantenni e novantenni che se la cavano benissimo da soli e che rimangono lucidissimi, ma non c’è dubbio che l’esperienza dei più, nella nostra società longeva, è di una crescita di fragilità e di un netto peggioramento della salute dopo gli 80 anni.

Il fenomeno è importante dal punto di vista sociale e politico, basti pensare ai soldi necessari per garantire il welfare.  Ed è molto importante anche dal punto di vista individuale, per le implicazioni psicologiche, affettive, organizzative ed economiche che ha nei confronti di ciascuna persona coinvolta.

Una simpatica sessantenne con padre affetto da demenza senile mi ha raccontato della fatica psicologica che sperimenta tutti i giorni quando si reca a trovare il genitore per un’oretta: “Casa sua è vicino a casa mia, ma ogni volta è come fare un viaggio di 1000 chilometri, entro in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo e i ricordi degli anni belli si intrecciano con lo struggimento che ti viene dal vederlo così com’è oggi. Ogni giorno è una sofferenza, poi me ne vado lasciandolo alla badante e mi sento in colpa per questo”.

Già, la badante, questa nuova istituzione fondamentale della società italiana. Badante sì o badante no ? E poi chi se la può permettere ? Qualche giorno fa stavo parlando con un cinquantottenne ancora pienamente coinvolto nell’attività lavorativa quando ad un certo punto arriva una telefonata: è sua madre, rimasta vedova da anni, che abita lontano in un’altra città e che non ce la fa più a muoversi da casa: “Ormai mi telefona cinque volte al giorno, ha bisogno di condividere con qualcuno la sua giornata, per la spesa si fa aiutare dalle vicine, ma penso che sia indispensabile una badante. Il problema è che lei non la vuole assolutamente. Se ne vede entrare in casa una, ha detto, mi toglie il saluto. Non so più cosa fare…”

Comunque molto spesso la cura dei genitori anziani è affidata alle donne di casa e la cinquanta-sessantenne è la prima candidata a questo ruolo. “E’ strano questo passaggio” mi racconta una sessantaduenne in pensione da poco tempo e che si prende cura di madre e suocera anziane, la prima che vive nella stessa casa a due piani di distanza e la seconda nelle vicinanze. “Da un parte sono molto più libera dagli orari a cui ero obbligata quando lavoravo, dall’altra molto più prigioniera perché non posso andar via nemmeno una giornata senza aver organizzato con fatica la mia sostituzione con mia sorella”.

“Ma vi sentireste meglio se non doveste occuparvi più dei genitori anziani ?” domando a tutti alla fine. “Non è pensabile” – è la risposta – “il legame è troppo forte, e poi dopo tutto quello che hanno fatto per noi cosa fai, li scarichi ?”

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