Posts Tagged: vita nuova

Accettare i propri limiti…

… e scendere qualche gradino senza farsi male.

Di momenti in cui la scala va percorsa in discesa, nel corso della vita ne sperimentiamo tanti. Sarà sicuramente successo a tutti di rendersi conto che la strada ad un certo punto ha preso a scendere e che, abituati alla pianura o alla salita, non sappiamo come affrontarla rischiando di franare rovinosamente. Nel passaggio verso la fase di vita da senior la discesa di qualche gradino é un’esperienza inevitabile e quindi è importante attrezzarsi per affrontarla al meglio.

Sto parlando di una condizione che non sperimenta solo chi ha raggiunto alte vette di successo e di notorietà e ad un certo punto si rende conto che le ciambelle non vengono più tutte col buco come al solito o che la propria presenza, di solito circondata di attenzione e di plauso, improvvisamente diventa indifferente ai più. Al contrario sto parlando di una condizione che sperimenta chiunque di noi si accorga nella normalissima vita quotidiana che le proprie prestazioni fisiche non sono più quelle di una volta, che il proprio contributo non è più considerato così fondamentale da chi ci sta intorno o che si è meno pronti di un tempo a fronteggiare con sicurezza situazioni nuove e difficili.

Ci sono tempi della vita in cui le parole chiave sono crescere, salire, espandersi, puntare in alto, conquistare il mondo, o detto più prosaicamente, migliorare le proprie condizioni economiche, avere una casa più bella, costruire una bella famiglia, avere successo, dimostrare a sé e al mondo che si esiste e che non si è niente male.

Nella scalata ad un certo punto ci si stabilizza: qualcuno raggiunge quote collinari, qualcun altro arriva a 1300 metri, i più fortunati giungono alle vette dei 3000 o addirittura sull’Everest. Ognuno, raggiunta la propria quota, nel tempo si adatta e si affeziona allo standard di vita corrispondente.  Poi passano gli anni e ad un certo punto succede qualcosa per cui rimanere a vivere a quell’altitudine diventa un problema.

Ad esempio, succede che sul lavoro ci si accorge che il rischio di obsolescenza è diventato reale, che ci sono bravi e rampanti trentenni e quarantenni che si domandano per quale ragione tu cinquanta-sessantenne devi godere di più responsabilità e privilegi di loro; succede che anche tu cominci a chiederti con ansia la stessa cosa e che l’azienda magari ti fa capire che se c’è qualche esubero, considerata la tua età, sei tra i primi della lista; così la reazione umana che ti viene è di avvinghiarti alla poltrona e di prepararti ad una guerriglia di resistenza che però sai già in anticipo che ti vedrà presto o tardi perdente.

E nella vita privata arriva il momento in cui qualcuno, magari anche un amico benintenzionato, ti segnala che hai messo su troppa ciccia, o all’opposto che ti stai rimpicciolendo e restringendo come un frutto un po’ avvizzito, e magari ti aggiunge che “forse non ci senti più benissimo, l’hai fatta una visita audiometrica ?”.  E quando ti accorgi che i figli non solo ce la possono fare senza di te, ma cominciano loro a raccomandarti di essere prudente, invece che tu a loro, allora capisci che sei a una svolta.

Ti rendi conto che se prima ti sentivi l’hub intorno al quale girava tutto il traffico non solo della tua vita ma anche di quella di tanti altri, ebbene ora sei in procinto di diventare uno scalo periferico.   E’ in questo frangente che bisogna tirar fuori la propria cifra e il proprio stile.

Guai a ergere barricate ridicole e antistoriche, guai a far finta di niente negando anche a se stessi che la situazione è cambiata, guai a buttarsi in picchiata presi da improvvisi istinti masochistici ! Questo è il momento invece in cui bisogna riallargare lo sguardo su terreni nuovi e imparare a scendere qualche gradino senza farsi male, con il miglior savoir-faire di cui si é capaci e consapevoli che la serenità e l’autorealizzazione le si possono trovare anche qualche gradino più in basso, che la fase di vita da senior é piena di opportunità diverse da quelle precedenti. E’ il momento di saper accettare i propri limiti e di dimostrare che si è in grado di governare la discesa, non solo di arrampicarsi in salita.

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Una proposta di cohousing

Danilo è tra i frequentatori di questo blog e scrive facendo a tutti noi una proposta. E’ stato in Australia dove ha visitato due strutture di cohousing per senior, gli piacerebbe realizzare qualcosa di analogo in Italia e così si sta rivolgendo anche ai lettori de I ragazzi di sessant’anni per cercare persone interessate. Volentieri pubblico quel che mi ha inviato.

Scrive Danilo: “Mi piacerebbe costruire un primo gruppo di 15-20 persone (coppie/single) di età over 65, autosufficienti, che con me formino ed alimentino una discussione tecnica, sociale ed economica con lo scopo di realizzare un (e poi speriamo altri !!) sistema di co-housing, sulla falsariga di quanto già attuato all’estero (USA, Auatralia, Paesi scandinavi) e in Italia.

Ma che cosa è il co-housing o co-abitazione? La risposta può essere formulata con diverse definizioni in quanto diverse sono le applicazioni del co-housing;  la definizione che mi sento di dare  è che si tratta semplicemente di un modello di vita caratterizzato da una vision di solidarietà, di cooperazione e di partecipazione, da una mission di formare un gruppo che rompa  con il crescente isolamento nelle quattro mura della propria abitazione ed indifferenza e che possa partecipare, ognuno con la propria esperienza e con il proprio carattere, al mantenimento e alla crescita intellettuale e sociale del gruppo e da obiettivi di ottimizzazione dei costi, di riduzione dei consumi, tutto per stare insieme, pur mantenendo la propria privacy e utilizzando principalmente il “buon senso”  che è sempre vincente.

Una volta definito il concetto di co-housing vediamo di chiarire alcuni primi elementi portanti che sottopongo con formulazione di domande.

Ma cosa deve fare il gruppo?  Una volta che il gruppo si è formato bisogna individuare una persona con competenze specifiche che possa incaricarsi di trovare un immobile (o un’area) con particolari caratteristiche che prendano in considerazione, tra l’altro, clima, vicinanza a città (particolarmente interessanti e con un buon grado di vivibilità) , rete di trasporti urbani, rete stradale, qualità dei servizi sanitari, disponibilità di terreno . Si passa poi alla fase attuativa di progettazione dei locali che prevede mini alloggi, sale per servizi comuni (cucina, lavanderia, saloni per incontri, dibattiti, riunioni), salette per ascoltare musica, sala biblioteca, palestra  e quant’altro fosse suggerito.  Bisogna preferibilmente far riferimento ad un immobile già esistente che può essere ristrutturato in tempi brevi e a costi sopportabili.  Questi due passi sono di grandissima importanza.   E’ necessario strutturare, poi, un piano di fattibilità e un piano operativo  perché bisogna assicurare agli ospiti la continuità dell’esistenza del co-housing e perché bisogna  valutare i risultati gestionali che non possono essere negativi.  

Come viene gestita la co-house?  La co-house è gestita dagli stessi ospiti (a rotazione) che danno il proprio contributo per sempre maggiormente  migliorare il pensiero di vita in comune.  Si prevede la presenza di un responsabile della gestione del co-housing che sempre appartiene al gruppo.

Quanto potrebbe costare vivere in una co-house?  I costi sono relativi all’affitto del mono locale e ai servizi  “comuni” e quindi cucina, lavanderia, pulizie, gli eventuali sevizi sanitari che la “gestione” deve garantire; la quantificazione del costo appare a questo punto ancora prematura ma penso che possa essere inferiore a quanto si spende vivendo da soli. Ecco perché il valore dell’investimento iniziale è di preponderante importanza.

Tutti possono partecipare al co-housing?   Con franchezza devo dire che l’obiettivo è di condividere un percorso con persone che siano a disposizione degli altri, che apprezzino la vita sociale, che siano a disposizione con idee, suggerimenti che costruiscano il proprio benessere e quello degli ospiti.

E se io voglio portare nella co-house i mobili/quadri che ho  a casa?  Liberissimo di farlo; si tiene sempre presente il quoziente rispetto verso gli altri.

Ma se una persona vuole lavorare?   In alcune situazioni è permesso che gli ospiti  svolgano alcune attività come cucinatura (pasti, dolci, pasta fatta a mano, etc) manutenzione ordinaria, giardinaggio, orto. Anche qui lo scopo è quello di tenere in movimento il proprio asse intellettivo lavorando e sentendosi utili alla collettività.

Come si svolge la giornata?  Alla base esiste un regolamento, strutturato con molta semplicità,  che può essere integrato e modificato dagli ospiti. L’utilizzo della giornata è completamente a disposizione della singola persona che può entrare e uscire dalla co-house quando vuole, che può invitare i propri familiari e amici, tenendo presente il regolamento. Per quanto riguarda incontri, dibattiti, viaggi, etc., questi vengono programmati e decisi dal gruppo .

Si può sciogliere il rapporto con la co-house?  Decisamente si, una volta definiti gli aspetti contrattuali.

La gestione della co-house può allontanare un ospite?  Anche qui la risposta è positiva; a estremi mali estremi rimedi.

Questa è una prima idea che spero possa dare apertura a nuovi inserimenti di discussione e di fattibilità.  Grazie per voler partecipare. Danilo Cesare

In foto: un gruppo in cohousing

 

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Donne in rinascita

Rinascere, reinventarsi, scoprire una nuova vita: sono sempre numerose le vostre testimonianze che raccontano della possibilità, pur tra molte difficoltà, di intraprendere un nuovo percorso anche dopo i 50 e i 60 anni. Conoscerle è sicuramente di aiuto e di buon auspicio per tutti.

Ecco qui il messaggio di Gabriella: “Rendersi conto che la tua vita non è finita in conseguenza delle traversie che hai vissuto, ma che hai conservato energie a sufficienza per riemergere e rifiorire è stata per me una grande scoperta.

Reinventarsi l’esistenza e ristrutturare la propria personalità a 50 anni non è cosa semplice: è fatica, dolore e solitudine. Adesso ho 56 anni e sono contenta di essere “rinata” e di provare al mattino la gioia di poggiare lo sguardo sul mondo. Anche in assenza del mio compagno di vita che è morto troppo presto. Gabriella”

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Cambio di stagione

Scrive Mercedes: Sono ottimista di natura. E meno male perchè son dovuta passare sotto le Forche Caudine per molte volte. Ho sessantaquattro anni, tre figli ormai grandi e tre nipoti. Sono divorziata da otto anni da un uomo che ha visto in me i pioli di una scala da usare per lanciarsi in alto. E lo ha fatto, a mie spese ed è stato anche bravo! Io vivo da sola, ma non soffro affatto di solitudine: mi tengo compagnia e mi diverto anche tanto. Faccio delle cose piacevoli, da sempre coltivate con fatica a causa degli impegni lavorativi (facevo la maestra) e familiari. Ho scritto libri per ragazzi, tre raccolte di racconti ed un libro giallo; amo dipingere e disegnare, mi diverto a creare oggetti strani ed inconsueti, perfettamente inutili ma divertenti; amo chiacchierare ed ascoltare, ma non sopporto le banalità. Ho poca autonomia di movimento per dei problemi di salute, ma utilizzo la mia passione per la lettura, così mi “muovo” molto… muovendomi poco. E poi ci sono i due nipoti adolescenti che stazionano da me dall’ora di pranzo a quello di cena. Sono loro la mia finestra su questo strano presente.

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Vivere da sole

Le donne senior che vivono da sole sono moltissime.  Un’idea indiretta la danno le statistiche sullo stato civile: nel 2012 in Italia le over60 vedove erano circa 3 milioni e mezzo, circa 720.000 le nubili e intorno a 200.000 le divorziate. Anche cambiando il perimetro, ad esempio prendendo in considerazione soltanto le donne tra i 55 e 75 anni, i numeri rimangono molto elevati: più di 1 milione e trecentomila vedove, quasi 600.000 nubili e poco meno di 300.000 divorziate.

Insomma, pur considerando che tra le non coniugate c’è chi vive con i parenti, chi in comunità, chi con un nuovo compagno, comunque le italiane tra i 55 e i 75 anni che vivono sole sono tantissime.  E il confronto con gli uomini risulta quasi impossibile, cambia proprio l’ordine di grandezza dei vedovi: tra i maschi della stessa fascia di età infatti i vedovi sono “solo” 267.000; numeri simili alle donne invece per quanto riguarda i divorziati (poco meno di 200.000) e i celibi (quasi 600.000).

Come se non bastassero le statistiche di casa nostra, rimbalza poi dagli Stati Uniti un dato che fa capire come il fenomeno non riguardi solo le italiane: sostiene infatti l’ente “Administration on aging” che ben il 37% delle donne americane sopra i 65 anni vivono da sole.

Sono numeri che fanno impressione e, come sempre ormai accade quando si parla delle nostre generazioni, ai cambiamenti quantitativi si accompagnano delle trasformazioni radicali anche qualitative, cioè cambiamenti anche negli stili di vita e nelle preferenze individuali.    Ricordate la vecchia e consunta cartolina delle donne sessantenni che quando si trovavano a vivere da sole pativano questa loro condizione e la consideravano come una sventura ? Oggi invece non sono pochi i segnali che dicono che per tante non è più così e che le senior attuali stanno (tanto per cambiare!) sfidando gli stereotipi e ridefinendo i modelli tradizionali.  Infatti stanno irrompendo sulla scena generazioni di donne che, prima di arrivare all’ età da senior, hanno cercato e sperimentato nella vita condizioni di libertà, donne che in numero molto maggiore delle loro madri hanno fatto parte del mondo del lavoro, che hanno desiderato e spesso raggiunto l’indipendenza economica e che se la sono sempre sbrigata autonomamente nei rapporti con il mondo.

Cosa di più naturale allora dell’intraprendere un nuovo tratto di vita in modo pienamente autonomo, in cui il vivere da sole non sia una penitenza o una condanna, ma una scelta o per lo meno una condizione di benessere ?

Margaret Manning, che attiva la community Sixty and Me, di recente ha chiesto alle 35.000 partecipanti della sua community americana se preferirebbero vivere da sole, con altri o in una comunità. Il 95% delle donne over60 che ha risposto – riferisce la Manning – ha detto “da sole”. Nell’argomentare le loro risposte molte hanno sostenuto di voler semplificare la loro vita in spazi più piccoli, di essere intenzionate a rimanere indipendenti e di voler rimanere collegati alla famiglia e agli amici anche attraverso la tecnologia. Soprattutto, ne emerge che il vivere da soli non è una condanna alla solitudine, nemmeno quando l’età avanza. D’altra parte Eric Klinebert, autore di “Going solo”, libro in cui racconta “la straordinaria ascesa e l’appeal straordinario del vivere da soli” ha condotto ricerche da cui si dimostra che statisticamente le persone che vivono da sole socializzano e stabiliscono reti di relazione più di quelle coniugate.

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Il reinventarsi non ha tempi brevi

I saggi dicono che bisognerebbe essere capaci di reinventarsi giorno per giorno, senza dare nulla per scontato.  Facile a dirsi ! Per niente facile però a realizzarsi, perché ogni volta che proviamo a reinventarci dobbiamo fare i conti con il senso di perdita di quel che lasciamo e con l’incertezza del nuovo che cerchiamo.

Quando Lucio e sua moglie hanno finalmente deciso di separarsi dopo più di 30 anni di matrimonio e molte incomprensioni, lui si immaginava che sarebbe stato relativamente facile ricostruirsi una nuova vita: nuova casa, nuove libertà, nuovi rapporti e la possibilità di vivere più felicemente la quotidianità secondo i propri desideri. Niente di più fallace ! Dopo un anno Lucio non ha ancora superato un sottile senso di fallimento che lo prende, soprattutto non appena si sveglia il mattino, per il suo matrimonio finito; e la nuova vita ogni tanto fa capolino, ma non gli è ancora chiaro cosa veramente, di tutte le inedite esperienze che ha fatto nel corso dell’ultimo anno, gli interessa veramente e cosa invece no.

A Francesca, 59 anni, l’occasione di reinventarsi si è invece presentata a seguito di una vicenda lavorativa. La società per cui lavorava, in evidente crisi di sopravvivenza, le ha chiesto, se voleva mantenere il posto, di trasferirsi in un’altra città, molto lontana dalla sua dove aveva casa, famiglia, amici e abitudini. Dopo una penosa riflessione, Francesca ha deciso che il cambiamento di città non le stava bene e che, se cambiamento doveva essere, allora questo poteva significare interrompere l’attività lavorativa full time in anticipo rispetto alle sue aspettative, cercare qualche incarico retribuito coerente con la propria professionalità e liberare del tempo prima impiegato nel lavoro per dedicarsi a tutto ciò che aveva sempre tenuto in un cassetto negli anni precedenti. Ma anche per lei la transizione non è stata indolore, né veloce. Oggi, dopo molti mesi, ancora si interroga sulla bontà della propria scelta: le prende spesso un senso di vuoto e di perdita per la mancanza di tutto il contesto sociale che comportava il lavorare in un ambiente organizzato e, pur non essendo priva di iniziativa, da una parte fatica a trovare incarichi che le diano un minimo di soddisfazione economica e dall’altra i suoi sogni nel cassetto (viaggi, teatro, un impegno civile per l’ambiente) non riescono ancora a precipitare in qualcosa di abbastanza concreto, qualcosa capace di dare un significato alla sua vita paragonabile a quello precedente.

Così, tanto Lucio quanto Francesca sperimentano che il reinventarsi è un atto di coraggio che rivitalizza, ma che contemporaneamente costa fatica e richiede tempo.   Costa fatica l’allontanarsi dalla situazione consolidata e ben conosciuta su cui abbiamo costruito per tanto tempo la nostra identità, al punto che paradossalmente diventa più facile accettare il cambiamento da parte di chi vi è stato forzato piuttosto che da parte di chi l’ha scelto. Ma costa fatica anche la ricerca del nuovo modo di vivere e l’incessante attività di adattamento e di ricerca del proprio benessere e della propria felicità.

Inoltre, chi a buon diritto può dire che da senior è riuscito a reinventarsi, sicuramente può anche testimoniare che non basta un atto momentaneo di coraggio: il cambiamento non lo si ottiene nel tempo di uno schioccare di dita; al contrario, l’elaborazione del senso di perdita per ciò che si lascia e l’atterraggio in un nuovo assetto di vita soddisfacente richiedono tempi lunghi e capacità di non scoraggiarsi.

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Sognare una nuova vita, perchè no?

Scrive Aurora: Anche io sono sui 60, modesta pensionata, niente legami stretti, a nord-ovest fra le nebbie, a parte dei nipoti che non vedo mai e poi impegni con associazioni e volontariato; amici, pochi. Mi son detta: se provengo da una bellissima antica città del sud sul mare ed ho anche dei cugini integrati laggiu’, associazioni omologhe, il caldo (condizionatore permettendo), ricordi delle vacanze d’infanzia, perchè non chiudere baracca e mobili compresi, senza aspettare il nuovo amore, sono anche io passabile, e traferirmi in meridione ? “BENTORNATA al sud” mi dice una voce interiore forte ed insistente. Aspetto i vs. commenti, guardando le agenzie immobiliari di laggiu’ e sognando: forse non è impossibile! PS mi piace scrivere racconti, con qualche piccola pubblicazione: perchè non cambiar scenario?

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Fare downshifting a 70 anni

Silvia ad inizio estate ci aveva scritto della sua intenzione di cambiare abitazione facendo downshifting. Come è andata ? Dopo mesi impegnativi, ora ci racconta cosa è successo.

Ho traslocato da appena qualche giorno in un piccolo e accogliente attico dove vivo sola. Prima abitavo in un grande appartamento, affacciato sul verde di una villa, a due passi dal centro storico, in una piccola cittadina del Piemonte, al terzo piano senza ascensore. Ho quasi 70 anni, e, seppur in buona salute, l’età che avanza mi suggeriva una sistemazione più consona e ora che si è liberato questo alloggio di proprietà di mio genero, quinto piano con ascensore, ho preso la decisione di sistemarmi qui. Mia figlia, architetto, si è occupata della ristrutturazione: è diventato un open space, più camera da letto, servizi e una grande terrazza. Il posto mi è piaciuto subito, ma ho dovuto entrare nell’ordine di idee di restringermi, cioè lasciare mobili e cose che qui non trovavano una sistemazione.
A giugno, mentre qui iniziava la ristrutturazione, io ho incominciato a stabilire che cosa volevo tenere e che cosa potevo lasciar andare, in base agli spazi della nuova casa .Ho deciso di tenere vecchi mobili a cui sono affezionata, tra cui la libreria di mio padre e una mia vecchia scrivania. Di che cosa privarmi? All’inizio è stato quasi uno scherzo: non ho più comperato lo zucchero e ho usato le bustine della mia collezione di zuccheri dei bar più prestigiosi; ho regalato le piccole saponette degli Hotel della mia collezione (tanto, ora che non viaggio più per lavoro, era più che mai sguarnita..); poi la cosa si è fatta più seria: stabilito che le sei librerie sarebbero diventate due, che la grande cucina sarebbe stata un cucinino affacciato sull’open space, che i due divani sarebbero diventati un divano-letto nuovo, che un armadio per la biancheria sarebbe diventato un armadio per appendere le giacche degli ospiti,che il grande armadio era troppo alto per la nuova casa e che dovevo sostituirlo con uno più basso,quindi più piccolo, ho dovuto attivarmi da una parte ad ordinare pochi nuovi mobili e dall’altra ad eliminare alla grande i contenuti o, perlomeno, a ridurli con estrema decisione.
Nello stesso periodo avevo letto sulla stampa che i baby boomer in America lasciano le villette con giardino e tornano a vivere nei centri cittadini, adattandosi a vivere in meno spazio, per tagliare le spese di trasporto e di riscaldamento: è il downshifting . Secondo Wikipedia si tratta di un “comportamento sociale o una tendenza collettiva per cui gli individui adottano modi di vita più semplici, per sfuggire al materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano”. Certo è un comportamento positivo quando avviene per scelta volontaria, meno se sei costretto a ridurti a causa di un cambiamento di stile di vita dovuto a minori introiti.
Non è il mio caso, per fortuna, e allora, rinfrancata dal far parte dell’attualità, mi sono data delle regole ferree: i libri che avevo pochissime probabilità di aprire li ho donati a piccole biblioteche dei paesi vicini (ho scoperto di avere due o addirittura tre copie di uno stesso libro che mi interessava e tanti libri che non consultavo più e che neppure sapevo di avere); i libri della mia professione li ho regalati all’ultimo Istituto Scolastico dove ho lavorato. Quelli che non mi sentivo proprio di lasciare sono qui, nelle due librerie. Mi comprerò un lettore di e-book e andrò più spesso in biblioteca, che è anche un modo per stare meno soli.
L’armadio nuovo è più basso e più piccolo dell’altro, e allora vestiti, maglie, giacche, pantaloni e scarpe ne ho tenuti tre o quattro per stagione e qualità, i più belli e recenti e che porto veramente, gli altri ad un negozio di riuso.
La cucina nuova è piccola, perciò ho preparato scatoloni di stoviglie, pentole e biancheria per Associazioni che li vendono o li riusano (in fin dei conti a che servono tre servizi di piatti da tavola?). Un’Associazione umanitaria si è portata via le librerie, i divani, la cucina, la colf si è presa l’armadio alto, mio nipote la scrivania moderna, tante cose sono stati piccoli regali per le amiche, altre cose in uno scatolone per mia nipote che ha deciso di convivere, piccoli oggetti in uno scatolone per una lotteria della Parrocchia. Tutti contenti. Poi tante cose via nella raccolta differenziata,via vecchi documenti, via vecchie lettere; gli oggetti più grandi all’isola ecologica, senza pietà. E poi – mi son detta – basta acquisti non necessari ai saldi, basta 3 per 2, basta shopping ma acquisti al bisogno e se acquisterò una cosa ne getterò un’altra.
Qui ho una grande cantina arieggiata dove ho messo alcuni scatoloni di cose e soprammobili che voglio tenere e che ogni tanto prenderò per sostituire quelli in casa facendo un cambio..; lì, in un armadio chiuso, ho messo i tanti quadri che mi avanzano e che sostituirò ogni tanto con quelli in casa, altri saranno splendidi regali.
Le foto sparse per la casa, i mobili, gli oggetti, i quadri mi ricordano le persone care, la mia vita di oggi e di un tempo, ma tanti ricordi sono dentro di me, fanno parte di me e contano solo per me: quelli non li butterò mai. Sono contenta e mi sembra di aver ripassato la mia vita in questa faticosa ma efficace estate di downshifting. Silvia Ghidinelli       In foto: interno di un’abitazione

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58: tanti o pochi ?

Scrive Valerio: Cinquantotto anni, i miei anni, sono tanti e sono pochi. Mi sembrano tanti, tantissimi, se mi metto a pensare a tutto quello che ho fatto nella vita finora. Non sono di quelli che scrivono la propria autobiografia, ma mi piacerebbe avere qualcuno (un nipote ?) a cui poter raccontare tutto: la mia infanzia in campagna, gli studi scoprendo la città e nuovi amici, le passioni politiche e quelle sportive, il lavoro che mi sono costruito da solo e che mi ha dato tante soddisfazioni ma anche un sacco di grane, come ho conosciuto e mi sono innamorato di mia moglie, i figli piccoli e lo stravolgimento della vita, le delusioni e le preoccupazioni man mano che andavo avanti, il senso di responsabilità e la fatica di fare l’uomo maturo, fino ad un po’ di pace quando ho cominciato a prendere le distanze dalle cose che avevo già visto tante volte e che ho capito che sono transitorie. Che senso di vertigine ! E’ proprio vero che a quest’età hai la sensazione di aver già provato tutto e che in un certo senso ti sembra di aver completato il tuo ciclo.
Ma cinquantotto anni sono invece pochi se guardo avanti. Per fortuna, la salute tiene e sarebbe un delitto non vivere pienamente gli anni che ancora potrò camminare, pensare, lavorare, amare, stare con gli altri. Temo l’aridità che può invadermi se non farò una vita piena. Magari scoprirò che non è vero che ho già sperimentato tutto, che la vita ti porta sempre delle sorprese e che il futuro può essere persino più bello del passato.
Un saluto a tutti i ragazzi di sessant’anni.

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Sulla via della saggezza ?

Sono Silvia, ho appena compiuto 69 anni in buona salute. Abito in una bella cittadina del Piemonte, e vivo in una palazzina, sola, in un grande appartamento di quattro stanze, confinante col giardino di una villa, vicino al centro storico, al terzo piano. Ho sempre saputo che non avrei potuto godere per sempre di quest’abitazione che amo molto, perché non c’è l’ascensore. Ora si è liberato un piccolo alloggio di proprietà di mio genero, quinto piano con ascensore, sarò più vicina a mia figlia e ho deciso di andarci ad abitare. Lo stiamo ristrutturando: sarà un open space più camera da letto , servizi e una grande terrazza. Mia figlia, architetto, mi sta dando i migliori suggerimenti, ma naturalmente devo lasciare molti mobili, molte cose, molti ricordi. Pazienza la mia collezioni di zuccheri dei bar più prestigiosi ( sto incominciando ad usare le bustine doppie..) ma i libri, le giacche, i vestiti, le stoviglie che ho qui in armadi e librerie che dovrò abbandonare?
Leggo sulla stampa che i baby boomer in America lasciano le villette con giardino e tornano a vivere nei centri cittadini, adattandosi a vivere in meno spazio, per tagliare le spese di trasporto e di riscaldamento. E’ il downshifting . Secondo Wikipedia si tratta di un “comportamento sociale o una tendenza collettiva , per cui gli individui adottano modi di vita più semplici, per sfuggire al materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano”
Certo è un comportamento positivo quando avviene per scelta volontaria, meno se sei costretto a ridurti a causa di un cambiamento di stile di vita dovuto a minori introiti.
Non è il mio caso, per fortuna, e allora, rinfrancata dal far parte dell’attualità, devo darmi delle regole ferree: avrò una sola libreria, perciò i libri che ho pochissime probabilità di aprire li donerò a piccole biblioteche dei paesi vicini, che ho già contattato; vestiti , giacche, pantaloni e scarpe ne terrò due o tre per stagione e qualità, i più belli e recenti e che porto veramente; avrò una piccola cucina, perciò farò scatoloni di stoviglie per Associazioni che li vendono o li riusano; non avrò più lo studio, e allora via una delle due scrivanie, quella antica, più bella o quella moderna più grande e funzionale? Ma …Poi tante cose via nella raccolta differenziata, senza pietà. Terrò solo le cose a cui tengo di più, che mi sono consentite dagli armadi e dagli spazi che ho, tanto i ricordi sono dentro di me e quelli nessuno me li può far buttare.
Mi sento sulla via della saggezza, sarà vero?  Sopra: una bella foto inviata da Silvia

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